patto generazionale (49)

“Perché è importante che io mi fidi di te”: una review sulla letteratura del Trust nell’Economia

-Articolo di Michele Ubaldi, PhD Student in Economics, Università Politecnica delle Marche

Il principio con il quale vengono introdotti gli studi economici ad ogni studente di triennale di una facoltà economica o giuridica è, più o meno, sempre lo stesso: la suddivisione della realtà in una chiave macro ed in una chiave micro. Relativamente alla micro, vengono insegnate quelle che sono le teorie fondanti della disciplina, con particolare riferimento all’homo oeconomicus, ovvero l’agente razionale e massimizzante per eccellenza. Nella prospettiva macro viene invece insegnato come la coesistenza di n homo oeconomicus generi una figura di portata maggiore, che agisce e reagisce in misura all’incirca analoga: ossia il “sistema economico”.


Questo sistema cresce e decresce, e su come questo accade la letteratura si è spesa in maniera estensiva ed esaustiva con rappresentazioni statiche e dinamiche sulla natura endogena/esogena di questi processi. Viene insegnato anche che, data l’eccessiva complessità della realtà, è molto spesso auspicabile e conveniente rappresentare i sistemi attraverso ipotesi stilizzate ed abbastanza generali, in maniera tale da permettere all’economista di poter lavorare in maniera fluida sulle conclusioni.
Questo però può condurre talvolta a rappresentazioni eccessivamente scheletriche ed unreliable, non in grado di catturare i fenomeni ed informare a sufficienza.

In buona sostanza, l’idea che viene ancora portata avanti per rappresentare
crescita (o decrescita) di questo sistema dipende dalla legge di moto di soli 2 elementi: il capitale fisico e quello umano, che si intrecciano lungo il corso del tempo e sprigionano l’output finale.
Tuttavia, indipendentemente dal grado di complessità delle ipotesi che si vanno a fare su questi elementi, un modello del genere non può, né potrà mai, bastare per rappresentare la realtà anche solo in via approssimativa.

Il decennio degli anni 1990 (circa) è passato alla storia come il periodo di esplosione della letteratura sui dei modelli di crescita endogena, nel cui filone titaneggiano i contributi del recente premio Nobel per l’Economia Paul Romer. In quegli anni, ma a dire il vero da già molto prima, veniva rivalutata la teoria di crescita esogena che portò Robert Solow ad onorarsi del medesimo premio nel 1987, attraverso l’introduzione di ipotesi alternative sulle forme di mercato interne ai sistemi, la previsione del contributo del capitale umano alla crescita ed alla possibilità di realizzazione di evoluzioni endogene del fattore tecnologia (con annessi effetti spillover) sull’economia.

Nel medesimo periodo, una parte della letteratura economica e non solo iniziò a concentrarsi anche sulla definizione e lo studio di un terzo tipo di capitale, sino ad allora (ed anche poi) in gran parte ignorato: il cosiddetto “capitale sociale“. La sua prima individuazione si deve al sociologo Robert D. Putnam, nel 1993. La definizione, ma soprattutto un metodo di misurazione puntuali di questo capitale non vennero definite da Putnam, che si limitò ad indicare questo capitale come quel “set di norme civiche, impegno civile e network personale che si viene a creare all’interno di un sistema e che permette di allentare i vincoli individuali al fine di garantire un accesso semplificato sia ad obiettivi individuali che collettivi”.

L’idea di Putnam era che, oltre ai capitali fisico ed umano, costituisse una sorta di forma di capitale anche il modo e l’ampiezza con cui si applicano le interazioni tra soggetti economici all’interno di un sistema. Il suo studio si focalizzo in Italia, ed andò ad argomentare come la deficienza di questa forma di capitale nelle regioni del sud Italia spiegasse le allora differenze in termini di sviluppo con le regioni del centro-nord.

L’idea presentata da Putnam, seppur molto approssimativa e di difficile applicazione in termini economici, non era del tutto infondata: climi ed attitudini favorevoli possono permettere l’allentamento di vincoli, formali o sostanziali, che ostacolano la ricerca del massimo benessere sia dell’individuo che dell’intero sistema in concerto. Inoltre, questa idea ben si accompagnava anche con già quanto professato nel 1972 dal premio Nobel per l’Economia Kenneth Arrow, che arguì come l’essenza fondamentale dell’economia fossero le transazioni tra individui, e che queste transazioni si fondassero tutte su un elemento di fiducia. Fiducia e capitale sociale non sono altro che la stessa cosa, in quanto la prima è contenuta nella seconda. La definizione di capitale sociale parla di network personale, inteso come rete relazionale, e nessuna rete relazionale può esistere se prima non esiste un elemento di fiducia su cui farla poggiare.

Fu così che iniziò un’epoca in cui la letteratura economica andò a concentrarsi sul cosiddetto problema del “trust”. Assieme alle idee rivoluzionarie di Arrow e Putnam, pioneristici contributi in campo micro e macro si susseguirono nel giro di meno di 15 anni.

Berg et al. (1995) mostrarono, attraverso un approccio del tutto innovativo
di tipo experimental, come la teoria dell’homo oeconomicus fosse un’idea sostanzialmente romantica. Nonostante fossero in possesso di set informativo nullo, gli individui presi nell’esperimento mostrarono una tendenza ad interagire in 55 casi su 60. Essendo delle somme di denaro l’oggetto dello scambio su cui si basava l’esperimento, se la teoria dell’agente massimizzante fosse stata corretta 60 casi su 60 avrebbero dovuto collocarsi su un equilibrio di Nash di 0−0, ma ciò non avvenne.
Questo scambio venne letto dai ricercatori come una manifesta ed inequivocabile prova del trust, e di come esso potesse beneficiare il sistema se valutato in aggregato. Detta valutazione venne fatta un paio di anni dopo da Knack e Keefer (1997), che nella loro analisi cross-country, trovarono evidenza empirica di come il “trust towards others” beneficiasse fortemente sia i livelli di investimenti in rapporto al GDP, si in linea più generale il GDP stesso.

Non passò molto tempo per la nascita anche di un modello di crescita endogena basato a trazione “trust”. Tale modello, impostato da Zak e Knack (2001), mostrò come la fiducia è necessaria alla crescita di un sistema economico specialmente laddove il sistema presenta forte eterogeneità interne e/o una struttura istituzionale precaria.

Ma il trust non beneficia il sistema soltanto in riferimento al ratio degli investimenti in proporzione al GDP o al GDP stesso; studi condotti da Guiso, Sapienza e Zingales (2004, 2008, 2009) mostrano come anche questo impatti positivamente il financial development, beneficiando il ricorso allo stock market, ed agevoli gli scambi commerciali tra paesi, con speciale menzione per le attività trust-intensive come gli investimenti in FDI. Di più, l’evidenza empirica mostrata da Özcan and Bjørnskov (2011) suggerisce che il tasso di crescita dello stesso HDI (Human Development Index) viene impattato con forza, ed in segno positivo, da una presenza più pervasiva di trust individuale degli agenti all’interno del sistema.

Da dove questa fiducia parte, a livello di singolo agente, è la domanda che un po’ tutti si son posti e si continuano a fare. Non vi è una teoria di base, di stampo economico, che definisca ciò che contribuisce o meno alla formazione della propensione alla fiducia generalizzata verso gli altri. Studi come quello condotto da Alesina e La Ferrara (2002) negli USA hanno mostrato che la presenza di disuguaglianze, ambo di stampo economico o etnico/razziale, impattano pesantemente il livello di fiducia riportato, con particolare riferimento al secondo tipo. Ma non solo. Camussi e Mancini (2016) hanno riscontrato anche un’influenza dettata dalle condizioni
di bontà dell’azione dell’amministrazione pubblica sui livelli di trust. Oltre ciò, ci sono tutta una serie di fattori di carattere personale che contribuiscono a modellare la fiducia, quali l’educazione, la religione, il sesso, la condizione di salute, etc. (Wang e Gordon, 2011). Bellemare (2004) evidenziò come, nel suo field experiment condotto su un campione di oltre 500 individui olandesi, il trust si spieghi in buona sostanza dalle aspettative che gli individui si fanno sulle proprie controparti. Ashrof et al. (2006) ha aggiunto che oltre alle aspettative, un ruolo cruciale è dettato anche da aspetti esterni, quali l’altruismo e la gentilezza. Karlan (2005) dimostrò come lo studio del trusting behavior nei trust experiments riuscisse ad essere un buon predittore delle future decisioni finanziarie poste in essere dai soggetti che vi hanno partecipato.

In conclusione, molto si è detto e molto si è fatto in merito allo studio economico del trust, sia in termini di studi sull’aggregato sia con studi su surveys o experiments. La totale pervasività dell’elemento del trust nell’economia è innegabile: nulla avviene senza fiducia, indipendentemente che vi sia una ragione (aspettative) per comportarsi in una certa maniera – credo che lui farà così perché… – sia che questa ragione manchi. L’economia si basa interamente sulle transazioni, e quest’ultime essendo delle interazioni tra agenti si basano a loro volta sulla fiducia, come disse Arrow. Alla luce di ciò, quando si parla di economia, non dovrebbe essere banale chiedersi “perché è importante che mi io fidi di te”.

Bibliografia


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