patto generazionale definitivo

Perché quota 100 e misure simili sono un peso insostenibile sulle spalle di noi giovani

L’aspettativa di vita si allunga e il patto generazionale non funziona più da anni. Queste riforme scaricano tutto il costo sul futuro, regalando di fatto soldi che non ci sono a pensionati già privilegiati rispetto al futuro.

Il sistema pensionistico italiano non è sostenibile!” Quante volte abbiamo sentito questa frase? Probabilmente molte. Eppure ci deve essere stato un momento in cui si è passati dalla sostenibilità all’insostenibilità, o in cui non si è riusciti a far quadrare il bilancio delle entrate e uscite previdenziali. Tutto, fino a poco tempo fa, era basato su un “elementare” patto generazionale: i lavoratori pagano i contributi che si utilizzano per erogare le prestazioni pensionistiche a chi ha raggiunto i requisiti; un sistema che fino a quando ci sono molti lavoratori e pochi pensionati (che magari non raggiungono quasi mai un’età molto avanzata) può funzionare, e che addirittura in certi momenti storici ha portato ad avere un surplus di risorse nelle casse previdenziali. Una gestione previdente ed oculata avrebbe portato a capire che quell’eccesso di entrate sarebbe dovuto servire per gli anni di magra o di difficoltà. Eppure, come spesso capita in Italia (anche ultimamente, non solo negli anni 70/80) si preferisce monetizzare il più possibile nel breve per potersi portare a casa un consenso elettorale più ampio; si è quindi sperperato, come la cicala della celebre fiaba, invece di accantonare, come la formica. Infatti, fino alla riforma Dini (L. 335/1995), l’intero sistema pensionistico italiano era basato sul sistema retributivo. Addirittura, prima della riforma Amato (L. 303/1992) la retribuzione su cui andare a calcolare la pensione era la media dei soli ultimi 5 anni. Questo sistema consentiva ad alcuni lavoratori, aumentando artificiosamente e in modo cospicuo la retribuzione in quest’ultimo periodo, di percepire una prestazione ben superiore a quella economicamente equa. 

La riforma Dini, invece, ha introdotto il sistema contributivo: un calcolo della prestazione pensionistica non basato sulla retribuzione del lavoratore, ma sui contributi che lo stesso ha versato durante tutta la sua vita lavorativa, rivalutati rispetto a un certo coefficiente; questa riforma introdusse questa tipologia di calcolo solo per chi cominciava a lavorare dal 01/01/1996, o per chi a quella data non avesse già maturato 18 anni di contributi. Solo con la legge Monti/Fornero (L. 2014/2011) si è arrivati ad estendere questo sistema per tutti dal 1° gennaio del 2012. 

Oltre a questi cambiamenti molto tardivi, il problema non è presente soltanto sul metodo di calcolo ma anche sull’età da raggiungere per la pensione di vecchiaia; infatti, l’allungamento della vita ha fatto sì che lo stato si debba sobbarcare non più una media di 10/15 anni di prestazioni previdenziali, ma nella maggioranza dei casi più di 15. Questo, unito al calcolo retributivo che ancora coinvolge la maggioranza degli aventi diritto, rende questo sistema insostenibile per qualsiasi sistema economico, figuriamoci per un sistema già compromesso come quello nostrano. 

Inoltre, negli ultimi anni, l’aumento del numero di persone in età pensionabile o con pochi anni al raggiungimento dei requisiti ha aumentato enormemente il bacino elettorale di quest’ultimi, facendo propendere i decisori politici ad elargire mance elettorali a questa fascia di popolazione. Una misura come quota 100, che NON ha abolito in nessun modo la riforma Fornero, ha un costo insostenibile e spropositato per il contenuto numero di aventi diritto. La riforma pensionistica di Salvini è poco comprensibile anche per la mancanza di una scelta basata su una qualche logica: anticipa il pensionamento di lavoratori (che ne avrebbero beneficiato pochi anni dopo) senza fare distinzione sulla tipologia di mansione svolta, cioè senza dare precedenza ai cosiddetti “lavori usuranti”.

È quindi sotto gli occhi di tutti la direzione verso cui si sta andando, una direzione senza un punto di ritorno se non si inverte da subito la marcia; ad esempio, la criticatissima riforma Fornero non si può prestare ad un dibattito nel merito e sulla questione dell’equità, ma essa era (ed è ancora in quanto tuttora in vigore) una misura necessaria per sopperire alla mancanza di riforme graduali nei 10 anni precedenti. Il rischio è quindi di ritrovarsi tra pochi anni a dover stringere ancora di più le viti delle prestazioni o dei diritti sociali, in un ciclo irreversibile che porterà noi giovani a non avere una vera e propria prestazione pensionistica, o ad averla di importi irrisori e inefficaci per sostenere una vita dignitosa. 

Articolo di Davide Di Marcoberardino, Dottore Magistrale in Scienze Economiche e Finanziarie – Univpm, Ancona

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