patto generazionale (15)

Perché per l’Italia disinvestire nella scuola è un clamoroso autogoal

Articolo scritto da: Davide Segato, studente presso Università Ca’ Foscari di Venezia.

L’istruzione e la ricerca sono i principali motori della crescita economica e dello sviluppo. L’Italia, non distribuendo abbastanza risorse in questi settori si abbandona al trend di crescita economica quasi zero che la caratterizza da ormai due decenni.

IL CALO DELLA SPESA PER L’ISTRUZIONE

Osservando i dati dei vari DEF e di come l’Italia ripartisca la sua spesa pubblica, è facile riconoscere come scuola e università siano estremamente sotto finanziate. Nonostante le continue garanzie di aumentarne la spesa da parte dei governi di turno spesso anche a prescindere dal colore politico, questa declina inesorabilmente come possiamo vedere dal calo degli ultimi 10-15 anni. Essa è infatti calata drasticamente, dal 4.5% del PIL del 2007 pre crisi al 3.5% attuale. (Per fare un paragone, 3.5% è più o meno la stessa quantità destinata alla difesa. Dieci volte in più invece quella destinata a pensioni e previdenza sociale). Uno studio (aggiornato al 2017) di Antonio Caiumi dell’Osservatorio CPI mostra come il suo declino sia ancora maggiore se confrontato a quello degli altri stati europei: nel decennio 2007-2017 infatti considerando in relazione alla spesa pubblica totale, i fondi destinati all’istruzione sono calati di due punti percentuali in Italia contro un misero 0.4% della media UE.

Considerando la spesa destinata all’istruzione universitaria, i dati sono ancora più desolanti: siamo gli ultimi dell’unione europea. Penultimi volendo contare anche il Regno Unito, con una spesa media EU quasi doppia rispetto alla nostra mentre gli stati che spendono di più sborsano tre volte quello che destiniamo noi, addirittura quattro nel caso della Danimarca e quasi cinque nel caso della Finlandia. Differenze così grandi non si appianano anche considerando la spesa privata (ossia le rette pagate dagli studenti e dalle loro famiglie): l’Italia per la formazione dei suoi cittadini spende poco. Eppure, non è difficile comprendere come l’istruzione debba essere fra le fondamenta di una società civile ed avanzata, per abbattere le disuguaglianze, per dare possibilità ai suoi giovani di competere e specializzarsi nel settore in cui sono più interessati, per favorire lo sviluppo economico. Ma cosa si intende con ciò?

IL RAPPORTO FRA SCUOLA E CRESCITA ECONOMICA

Citando Treccani, per sviluppo economico si intende il “Fenomeno durevole nel tempo consistente nella crescita di alcune variabili reali del sistema: produzione, consumi, investimenti, occupazione. In politica economica, per politica dello sviluppo economico si intende la creazione delle condizioni favorevoli allo sviluppo economico e anche l’elaborazione e l’attuazione di piani organici di investimenti pubblici e la coordinazione di investimenti privati.” Sempre Treccani spiega come l’interpretazione classica dello sviluppo economico lo leghi a doppio filo col processo di modernizzazione di una società, nella quale i suoi individui e i compiti che svolgono per il loro sostentamento si evolvono da condizioni di arretratezza e di tradizione verso mestieri sempre più specializzati e con una divisione del lavoro più articolata e con maggiori innovazioni tecnologiche. In altre parole, con crescita economica si intende esattamente il processo per cui noi uomini impariamo a fare meglio quello che facciamo, e i singoli individui possono realizzare quello in cui sono più capaci o appassionati, comportando un miglioramento radicale delle condizioni della popolazione intera. Una società che avanza è una società che da alla ragazza che si sente portata per diventare ingegnere e costruire per esempio, case eco-friendly la possibilità di diventarlo, e che da al ragazzo che si sente portato per portare avanti l’azienda agricola di famiglia la possibilità di imparare come farlo in maniera efficiente. E l’unico modo perché ciò sia possibile, facile dirlo, è proprio la scuola e la formazione. Una società che decide di dare ai suoi membri la possibilità di migliorarsi e formarsi è una società che avanza, una che disinveste continuamente e sceglie di virare le sue risorse verso altro è una società stagnante e immobile.

L’indice più utilizzato per misurare in modo quantitativo lo sviluppo di una nazione è il Prodotto Interno Lordo, e quello italiano è, senza grosse sorprese, praticamente fermo da quasi vent’anni.  Prima dell’inaspettato impatto del COVID (che ha stravolto previsioni e aspettative) infatti, le previsioni delle varie agenzie internazionali davano il nostro paese all’ultimo posto per crescita, con valori che si attestavano attorno allo 0.1% contro una media euro dell’1% circa.[1]

ITALIA: UN PAESE CHE NON VA AVANTI

Il nostro paese è fermo. Gli stipendi dei lavori specializzati sono molto più bassi rispetto a quelli dei competitor europei, le condizioni dei giovani laureati sono di molto peggiori rispetto a quelle degli altri stati e ciò causa sia un disincentivo per i giovani a formarsi (lo dimostrano il nostro basso numero di laureati ed il nostro drammaticamente alto tasso di abbandono scolastico), sia la cosiddetta fuga dei cervelli per cui i nostri migliori talenti tendono ad abbandonare il Bel Paese per emigrare verso nazioni più allettanti dal punto di vista sia lavorativo che salariale. Il Brain Drain ha un effetto doppiamente deleterio per il paese: non solo perdiamo brillanti giovani, ma abbiamo anche speso soldi pubblici per formarli e “mantenerli” quando ancora non erano in età lavorativa per poi perderli nel momento in cui avrebbero iniziato a lavorare e contribuire alle casse della nazione tramite le tasse. 

Nelle democrazie liberali le società decidono cosa premiare e su cosa investire, e in questo momento sembra che l’Italia decida di disinvestire nella conoscenza e nel progresso per concentrarsi verso l’assistenzialismo e il mantenimento di uno Status quo perenne a favore delle generazioni più anziane (basta vedere l’enorme divario fra la nostra spesa pensionistica e quella della media europea), con un disinteresse quasi esplicito verso i più giovani.

Per l’Italia è palese la necessità di un piano concreto a lungo termine che definisca obiettivi di crescita, come raggiungerli e che viri importanti somme di denaro verso l’istruzione e la formazione dei suoi cittadini più giovani, per provare a riprendere quel treno chiamato progresso per cui sembra aver perso interesse da un po’ troppo tempo. E ciò deve essere fatto il più presto possibile.


[1] https://ec.europa.eu/commission/news/commission-publishes-spring-2019-economic-forecast-2019-may-07_en

Lascia un commento