patto generazionale (56)

Perché Draghi non è solo un tecnico

-Articolo scritto da Simone del Rosso, studente in Economia degli intermediari e dei mercati finanziari @UniBa

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha affidato all’ex Presidente della BCE, Mario Draghi, l’incarico di formare un governo di alto profilo per affrontare la delicata fase che il nostro Paese sta attraversando, contraddistinta da una triplice crisi: sociale, economica e sanitaria. Parte dell’opinione pubblica considera Draghi solo un tecnico e un banchiere, estraneo al mondo della politica e delle istituzioni. Ma le cose non stanno proprio così.

La carriera

Mario Draghi si è laureato in Economia alla Sapienza, allievo dell’economista italiano Federico Caffè, e ha conseguito il PhD al MIT di Cambridge con la tesi “Essays on Economic Theory and Applications” sotto la supervisione di due illustri relatori, Franco Modigliani e Robert Solow.

Durante la sua carriera, Draghi ha ricoperto importanti cariche istituzionali oltre che essere stato professore universitario: Direttore Esecutivo della Banca Mondiale tra il 1984 e il 1990, Direttore Generale del Ministero del Tesoro dal 1991 al 2001, vice Chairman e Managing Director di Goldman Sachs dal 2002 e membro del Comitato esecutivo del gruppo dal 2004 al 2005, Governatore della Banca d’Italia dal 2005 al 2011, Presidente del Financial Stability Forum dal 2006 al 2011, Presidente della BCE dal 2011 al 2019.

Non è solo un tecnico

Avendo ricoperto numerose cariche istituzionali, Draghi si è sempre interfacciato con il potere politico. In particolare, durante il suo mandato alla guida della BCE, Draghi ha dimostrato di possedere le qualità che ne fanno un completo policymaker: abilità diplomatiche, leadership, senso delle istituzioni comunitarie, lungimiranza ma anche molto coraggio.

Non si vuole qui idealizzare la figura di Draghi. Piuttosto evidenziare alcune capacità che ha dimostrato di avere sul campo e che potrebbero metterlo nelle condizioni di rilanciare il Paese e riuscire lì dove Mario Monti ha fallito. In queste ore è diffuso l’accostamento improprio tra il premier incaricato e il Presidente della Bocconi.

Mentre quest’ultimo, nel novembre 2011 entrò in carica alla guida di un governo tecnico, nominato dal Presidente Napolitano, per far fronte alla grave crisi finanziaria che stava conducendo l’Italia al default, attraverso politiche di bilancio fortemente restrittive, Draghi è oggi chiamato a guidare un governo che ha il compito di preparare il Recovery Planda presentare in primavera alla Commissione europea, nell’ambito del Next Generation EU.

Lo scenario politico-finanziario, dunque, è imparagonabile, al netto della crisi sanitaria.

Al fine di dimostrare che Draghi non è solo un tecnico, è il caso di soffermarci sulla sua esperienza alla guida della BCE. Negli otto anni del suo mandato, Draghi ha dovuto gestire la crisi finanziaria, la crisi dei debiti sovrani e la crisi del sistema bancario, facendo ricorso a strumenti innovativi e non convenzionali che hanno non solo consentito di salvare l’Eurozona ma anche di rafforzare l’Unione Monetaria, come il Quantitative Easing e l’introduzione tra le prerogative della BCE della vigilanza bancaria. In questa sede è opportuno evidenziare il fatto che la BCE non è riducibile solo ad una mera istituzione finanziaria. Si tratta, infatti, dell’unico organismo davvero federale dell’Unione Europea, priva di una politica fiscale comune e di un debito pubblico condiviso (il Next Generation EU può rappresentare un primo passo verso questa direzione).

La BCE è la banca centrale responsabile della gestione della politica monetaria di 19 Paesi, ciascuno dei quali contraddistinto da peculiarità economiche, sociali e politiche.

Questo richiede una costante attenzione agli effetti delle misure di politica monetaria sul livello del tasso di inflazione delle varie regioni dell’Eurozona, oltre che delle altre variabili macroeconomiche (Pil, occupazione), ma soprattutto un continuo confronto con tutte le istituzioni comunitarie e le cancellerie nazionali. Inoltre, il presidente della banca centrale presiede alle riunioni dell’Eurogruppo (l’organo che garantisce il coordinamento delle politiche economiche tra gli Stati membri dell’area euro) e ai forum dei Grandi Paesi industrializzati. Di certo, Draghi dispone di una rete di conoscenze e di rapporti diplomatici con i più alti rappresentanti politici del mondo.

La governance della BCE è costituita da due organi:

  1. il Comitato Esecutivo, che comprende Presidente, Vicepresidente e quattro membri, tutti nominati dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata;
  2. il Consiglio Direttivo, che comprende i componenti del Comitato Esecutivo e i governatori delle banche centrali dei 19 paesi membri.

Mentre il Comitato Esecutivo ha il compito di attuare la politica monetaria, è nel Consiglio Direttivo che si ripropone nel tempo una vera e propria battaglia politica che vede contrapposte posizioni divergenti circa l’interventismo della banca centrale. In particolare, durante il suo mandato, Draghi ha dovuto effettuare delle scelte cercando una via mediana rispetto a due principali schieramenti: i falchi e le colombe.

Draghi, falchi e colombe

I falchi (banchieri centrali ed economisti conservatori, avversi all’inflazione e alle politiche espansive) hanno a più riprese accusato Draghi di aver attuato politiche non opportune in quanto queste hanno beneficiato i Paesi del Sud Europa meno rigorosi della gestione della spesa e di aver azzerato il margine di interesse delle banche e portato i tassi a breve sui titoli di stato in territorio negativo, generando aspettative di stagnazione economica e il rischio di deflazione.

I falchi da anni sostengono la necessità della normalizzazione della politica monetaria, ovvero l’adozione di un obiettivo di inflazione più contenuto, pari all’1%.

Di contro, le colombe accusavano Draghi di essersi accontentato di timidi segnali di ripresa economica e sostengono che la BCE dovrebbe far ricorso ad uno shock maggiormente espansivo superando il canale bancario e adottando l’helicopter money e un obiettivo di inflazione superiore a quello attuale (prossimo ma inferiore al 2%). Ciò significherebbe rendere la politica monetaria, de facto, uno strumento fiscale e questo potrebbe minare l’indipendenza della banca centrale e generare una spirale inflazionistica.

Draghi ha portato avanti una posizione intermedia, al tempo stesso coraggiosa ma responsabile.

Nonostante le forti resistenze, è riuscito ad imporre una linea che ha permesso di cambiare il volto della BCE e dell’Europa, pur mantenendo fede all’indipendenza della banca centrale.

Le Outright Monetary Transactions e la Corte costituzionale tedesca

Un episodio emblematico del peso politico di Draghi è riconducibile alle due cause intentate dalla BverfG, la Corte costituzionale tedesca, contro le politiche adottate dalla BCE sotto la sua guida.

Nel 2012, Draghi annunciò la volontà di introdurre le Outright Monetary Transactions (OMT), ovvero l’acquisto di titoli pubblici di un determinato Paese al fine di costituire uno scudo anti-spread. Alla notizia non mancarono malumori nell’opinione pubblica tedesca che portarono a diversi ricorsi presso la Corte federale da parte di politici ed economisti euroscettici, con l’accusa di “illegittimità, sproporzionalità ed incoerenza della politica monetaria, incompatibile con lo statuto della BCE e il Trattato Maastricht”. Nel 2015, la Corte di giustizia europea intervenne per decretare l’infondatezza delle accuse, in quanto le OMT, se attivate, sarebbero state finalizzate alla salvaguardia della stabilità dell’Eurozona, nel rispetto dei limiti stabiliti dai Trattati.

Nel 2017, la Corte tedesca tornò a chiedere nuovamente alla Corte di giustizia europea di pronunciarsi sulla legittimità del Qe, con l’accusa di aver monetizzato il deficit degli Stati.

Anche in questa occasione, la Corte europea respinse le accuse.

Da questa vicenda risulta evidente come Draghi rappresenti una figura di primo piano nello scacchiere europeo e che il suo mandato abbia scardinato alcuni tabù circa il ruolo della banca centrale e rafforzato l’Unione Monetaria, incontrando non poche resistenze.

“Whatever it takes”

Il 26 luglio 2012, Mario Draghi, in un celebre discorso dichiarò: “But there is another message I want to tell you. Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough”. La dichiarazione di difendere l’euro, a qualsiasi costo, è stata una promessa mantenuta. A Mario Draghi viene riconosciuto a livello internazionale, il merito di aver salvato l’Eurozona e averla resa più solida rispetto al 2011.

Ora la speranza è che Draghi possa far tesoro dell’esperienza accumulata durante la sua carriera e far ripartire il nostro Paese, con un progetto credibile e di ampio respiro, con la consapevolezza che non mancheranno le resistenze e le difficoltà anche qui in Italia.

Una cosa è certa. Draghi non è solo un tecnico.

L’abilità di mediazione tra posizioni divergenti e la predisposizione a costruire alleanze diplomatiche non gli mancano.

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