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Lo stato della Produttività Italiana e come rilanciarla

Articolo scritto da Gabriele Recano, studente della Magistrale in Economia Aziendale @Università Roma Tre

La produttività italiana è da tempo oggetto di dibattito sia nel mondo accademico che in quello della pubblica opinione. Molte parole si sono spese su questo concetto in questi anni, ma nessuno ha ancora trovato una soluzione ad un problema che si è cronicizzato nel nostro sistema produttivo. Vediamo come siamo arrivati a questo punto e quali potrebbero essere le contromisure da adottare per rilanciare la produttività del Paese.

La situazione storica della produttività italiana

Guardando al miracolo economico degli anni ’60 la produttività del lavoro e del capitale, rispettivamente rapporto tra valore aggiunto e ore lavorate e il rapporto tra valore aggiunto e input di capitale, cresceva a ritmi incessanti trainando la crescita del PIL. 

Negli anni successivi si assesta su valori minori, ma pur sempre maggiori di quelli visti negli ultimi anni. Il grande sconvolgimento successo nella metà degli anni ’90 che ha rivoluzionato il commercio globale con la creazione delle catene globali del valore, l’apertura dei mercati est europei e la sicura adesione all’Euro, ha fatto esplodere il problema della competitività e della produttività dell’industria italiana. Queste criticità erano solo state mascherate per lungo tempo, anche se l’opinione pubblica se ne accorgeva per la prima volta solo in quel momento. 

Tra il 1995 e il 2018 la crescita media annua della produttività del lavoro è stata dello 0,4%, Il capitale per ora lavorata ha contribuito per 0,4 punti percentuali e la produttività totale dei fattori, rapporto tra il volume del valore aggiunto e il volume dei fattori primari, ha invece fornito un apporto nullo.

ANNUARIO STATISTICO ITALIANO | 2019 ISTAT

Dal 2014 al 2018 entrambi i fattori registrano dinamiche positive se pur inferiori a quelle del valore aggiunto: le ore lavorate crescono in media dell’1,4%, l’input di capitale dello 0,4% e il valore aggiunto dell’1,7%. Ne deriva una crescita della produttività del lavoro dello 0,3%. Nel 2018 la produttività del lavoro diminuisce dello 0,3%, a fronte di una crescita delle ore lavorate (1,3%) superiore a quella del valore aggiunto (1,0%).

Cause della situazione presente

L’Italia non si è riuscita a adeguare al grande cambiamento portato grazie all’utilizzo dell’ICT in tutte le sue forme, alla competizione internazionale e al mercato globalizzato e ciò è dovuto ad alcune cause:

Prima di tutto per le difficoltà delle imprese stesse. La dimensione media delle aziende italiane è di 3,9 addetti. Questo dato unito al fatto che la grande maggioranza delle imprese siano familistiche sia nella proprietà che nel management porta ad una serie di problematiche non indifferenti: scarso ricorso al capitale apportato da terzi nell’azienda e grande affidamento al credito bancario; familismo che si traduce in un livello di rischio assunto minore e quindi porta ad investire in innovazione, ricerca e sviluppo in maniera subottimale, contribuendo a non rilanciare la produttività; dimensione che non consente alti livelli di investimenti, appannaggio solo di imprese esportatrici o grandi imprese che dispongono del capitale necessario. Tutto ciò deve essere sommato poi al contesto italiano che non facilita la nascita delle imprese, anzi: l’Italia si posiziona lontanissima nella classifica del rapporto Doing Business, redatto dalla Banca Mondiale che cerca di comprendere quanto sia agevole fare impresa.

In secondo luogo, si assiste ad un impoverimento della forza lavoro, soprattutto nella fascia dei laureati. Si sta avendo un vero e proprio esodo di giovani con competenze e conoscenze elevate che non riescono ad inserirsi nel nostro mondo del lavoro, poiché la domanda di lavoro qualificato è molto debole. Ogni anno circa 17 mila laureati lasciano l’Italia poiché le condizioni del sistema Paese non sono adeguate. Questo si lega sia alla scarsa innovazione messa in campo da parte delle imprese, sia a quella promossa dagli enti pubblici. 

Infatti, un altro grave problema è la carenza di investimenti in R&S, che pesano l’1,3% del PIL, contro una media europea del 2%. Questo sotto investimento continuo, porta ad un impoverimento totale della società e condanna l’Italia ad una rincorsa che senza un intervento strutturale si prospetta infinita, non riuscendo a ottenere vantaggi significativi dalle nuove tecnologie. 

In ultimo, la mancata convergenza tra Nord e Sud genera problemi di ulteriore natura, rendendo di fatto difficile un rilancio della produttività nazionale senza contare anche su un rilancio delle imprese del Mezzogiorno.

Le possibili proposte per migliorare

Dopo questa disamina dei problemi più gravi del nostro sistema produttivo, è lecito chiedersi quali possano essere le soluzioni o almeno il cammino da intraprendere per rilanciare la produttività in primis e così facendo l’intero sistema Italia.

Si dovrebbe ripartire innanzitutto dall’aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo di prodotti e servizi innovativi, introduzione ed implementazione del digitale nelle Pmi, investimenti in infrastrutture digitali. Bisognerebbe rendere agile il contesto normativo e burocratico, accelerando i processi di digitalizzazione della PA, che non brilla certo per velocità ed efficienza. Inoltre, come fa notare uno studio di McKinsey, bisogna rilanciare la domanda. Bassa domanda significa minore stimolo a investire. I salari inchiodati all’origine della stagnazione della domanda, poi, «deprimono l’esigenza di sostituire il lavoro con il capitale», spiega lo studio. Fondamentale sarebbe una politica industriale in grado di favorire lo sviluppo in settori ad alto valore aggiunto e alta produttività. 

Dove bisognerebbe investire allora? Nell’automotive con elettrificazione, connettività, mobilità condivisa. Nella digitalizzazione dei processi produttivi della finanza. Nel commercio, spostando l’attenzione su e-commerce e analisi dei dati. Ma anche nel turismo per quanto riguarda offerta condivisa e agenzie di viaggio online. Oltre ciò dall’altro lato si può perseguire una politica di incentivo simile ad industria 4.0 però riguardante gli investimenti intangibili. 

In ultimo viene naturale pensare a forme di incentivi all’aggregazione ed all’acquisizione, al fine di aumentare le dimensioni e quindi la capacità di investimento delle imprese ed integrare i contesti meno produttivi in quelli più competitivi. Per far ciò si potrebbe pensare di favorire la capitalizzazione delle aziende o i finanziamenti bancari di lungo termine, non necessariamente tramite un sostegno diretto ma magari assicurandone il rischio. 

In conclusione, in questo articolo abbiamo trattato della situazione della produttività italiana, delineandone caratteristiche storiche ed attuali e provando ad immaginare quale possa essere la via per riuscire a rimettere in moto questa importantissima variabile economica. Parlare di produttività come chiave per uno sviluppo sostenibile nel lungo periodo significa parlare della capacità della società di essere dinamica, innovativa e in grado di migliorare le condizioni di chi è più sfortunato, contribuendo al rilancio dell’Italia.

 

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