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La fuga di cervelli: un vero fardello per l’economia italiana

Articolo scritto da Matteo Particelli, studente magistrale di “Strategia, Management e Controllo” all’UniPi.

“La fuga di cervelli dall’Italia verso l’estero ci fa perdere circa 14 miliardi all’anno, ovvero poco meno dell’1% del Pil”, così affermava l’ex ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, durante un convegno di Confindustria digitale alla Luiss Business School.

Proviamo a fare chiarezza su questo tema e cerchiamo di capire come il nostro paese possa arginare questo fenomeno oramai troppo frequente.


Quanta importanza viene data all’istruzione in Italia?

Nel 2017 l’Italia è stata l’unico paese dell’Unione Europea in cui la spesa per interessi sul debito pubblico, pari a 69 miliardi di Euro, ha superato quella per l’istruzione, pari a 66 miliardi di Euro.
Questo dato ci deve fare riflettere poiché nonostante l’Italia sia collocata al quarto posto in Europa in valore assoluto (preceduta da Germania, Francia e Regno Unito), guardando il dato in % sul Pil la situazione è disastrosa: peggio di noi solamente Bulgaria, Romania e Irlanda.




I dati più preoccupanti riguardano l’istruzione universitaria. Lo Stato ha speso, infatti, solo lo 0,3 % del Pil per istruzione terziaria, nemmeno la metà della media europea dello 0,7 %. In questa voce l’Italia è all’ultimo posto in Europa, a pari merito con il Regno Unito.




Il problema però, non è solo la spesa per istruzione

Viene naturale pensare che la bassa spesa pubblica per istruzione universitaria sia legata alla percentuale di persone che conseguono una laurea, solo il 26,9 % in Italia a fronte di una media europea del 39,9 %. Non si può però escludere che tra le spiegazioni del basso numero di laureati vi sia una bassa propensione ad iscriversi all’università a causa dei bassi rendimenti attesi e delle scarse opportunità che il mercato del lavoro italiano offre.

L’origine sociale, in Italia, ha una grande importanza nel determinare l’indirizzo di studi superiore e, dunque, anche le scelte successive in materia di istruzione e gli esiti negli ambienti di lavoro.
Nel Belpaese, infatti, la meritocrazia lascia spazio a fenomeni di clientelismo e raccomandazioni che distorcono ovviamente le prospettive dei giovani laureati più brillanti che si trovano così a dover emigrare verso lidi più prosperosi, verso paesi in cui viene valorizzato il merito e la competenza.

L’emigrazione di giovani laureati rappresenta indubbiamente una perdita per il nostro paese: trattandosi di capitale umano formato in Italia, poiché le risorse pubbliche investite per l’istruzione di questi individui non vanno a contribuire al nostro sistema produttivo.

Tra il 2013 e il 2017 il numero di laureati espatriati è aumentato del 41,8%, mentre i rimpatri sono rimasti pressoché costanti. Di conseguenza, il saldo migratorio con l’estero è peggiorato negli anni.
Riportare in patria i cervelli emigrati non deve essere l’unico obiettivo della politica: se riuscissimo ad avere un saldo in pari attraendo lo stesso numero di giovani cervelli stranieri, il problema della fuga di talenti sarebbe probabilmente meno rilevante.

Quali conseguenze per l’economia?

La fuga di cervelli, nel medio-lungo periodo, può compromettere le prospettive di crescita economica dell’Italia e anche le sue finanze pubbliche, in quanto causa una perdita netta permanente di capitale umano altamente qualificato, a danno della competitività dell’Italia e delle sue aziende.

Sovra-istruzione equivale a disoccupazione. I motivi che convincono i nostri laureati a trasferirsi oltre i confini sono una retribuzione mediamente superiore, molte assunzioni con contratti a tempo indeterminato e qualifica più idonea per il lavoro che svolgono, poichè con l’avanzare della crisi nel nostro Paese anche i laureati più brillanti faticano a trovare lavoro.

Oltre a minarne le prospettive di crescita, la fuga dei cervelli comporta un costo economico notevole all’Italia tanto per la spesa pubblica sostenuta per l’istruzione di studenti, che poi si trasferiscono all’estero, quanto per il mancato versamento delle imposte che quest’ultimi avrebbero pagato lavorando nel nostro Paese.

Per concludere

I due problemi principali che causano la cosiddetta “brain drain”, spesa carente in istruzione (specie quella universitaria) e bassi rendimenti attesi nel mercato del lavoro, possono essere arginati cercando di attrarre più studenti internazionali, rendendo competitivi tutti i poli universitari italiani ma soprattutto facilitando la loro integrazione nel mondo lavorativo proponendo più stage, job placement, seminari e campus.

Non solo la competitività, la qualità e la valenza degli atenei italiani andrebbe incrementata, ma si dovrebbe anche investire molto di più per l’istruzione che, assieme alla sanità, sono i due pilastri più importanti della società.

Nello scenario politico purtroppo l’istruzione è considerata l’ultima ruota del carro, poiché a seguito del lockdown provocato dal Covid-19, le scuole e le università sono state le prime a chiudere e le ultime a riaprire, si è preferito riaprire discoteche e parchi divertimenti piuttosto che far tornare, in sicurezza, ragazzi e ragazze nelle aule.

Una rivoluzione nell’istruzione, ad oggi, è tanto necessaria quanto utopica.

Fonti:

1) https://www.econopoly.ilsole24ore.com

2) https://osservatoriocpi.unicatt.it

3) https://www.istat.it

4) https://ec.europa.eu/eurostat

5) https://www.milanofinanza.it

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