patto generazionale (10)

DESIderio d’Innovazione

Articolo scritto da Maria Errico Double Degree in Economic Development and Growth Data Analyst

Un recente studio della Banca Centrale Europea ha sottolineato come lo sviluppo e l’utilizzo delle risorse digitali siano importanti ai fini della corretta allocazione della forza lavoro, affermando che a stati più digitalizzati corrisponde una maggiore occupazione generale. Bisogna superare l’ottica luddista per cui le “macchine” rubano il lavoro all’uomo e sviluppare strategicamente la connettività, le competenze digitali e
l’intelligenza artificiale per produrre uno sviluppo sostenibile. Stando agli ultimi risultati dell’indice DESI, L’Italia è ai fanalini di coda d’Europa in termini di digitalizzazione, ma alla luce delle recenti politiche
propositive e grazie alla disponibilità di fondi europei ci si aspettano dei miglioramenti.


L’Indice DESI
Uno degli indici presi in considerazione dal recente studio della BCE sulla digitalizzazione delle economie europee è il DESI (Indice di digitalizzazione dell’economia e della società) calcolato annualmente dalla Commissione Europea. L’indice valuta i 28 Stati Membri in base a:

  • Connettività, basata sulla diffusione della banda larga, la copertura 4G e la preparazione al 5G;
  • Capitale Umano, che misura i diversi gradi di competenze digitali degli italiani;
  • Uso dei servizi internet, che individua le attività online più diffuse;
  • Integrazione delle tecnologie digitali da parte delle imprese;
  • Servizi pubblici digitali (e-government e sostegno alle imprese).
Fonte: Indice DESI 2020

Nel Ranking complessivo del 2020 (basato su dati del 2019), l’Italia si classifica al 25esimo posto su 28 Stati Membri. Alla luce di questo deludente risultato è importante sottolineare la diversa performance nei 5 indicatori appena introdotti sul posizionamento finale.

Top e Flop: Connettività e Capitale Umano

L’unico indicatore in cui l’Italia si posiziona in linea con la media europea è quello sulla Connettività. La diffusione della banda larga fissa è aumentata nel 2019, pur rimanendo sotto la media europea, la diffusione della fibra ha accelerato i ritmi, ma è sulla preparazione al 5G che l’Italia è al terzo posto in Europa, ben sopra la media UE[1]. Questa accelerazione è dovuta in parte all’aumento della concorrenza infrastrutturale e in parte all’attuazione di piani del Governo volti a semplificare le procedure, spesso causa dei ritardi nel completamento dei lavori.

Fonte: Indice Desi 2020

Agli antipodi troviamo il Capitale Umano, che nel 2019 vede l’Italia all’ultimo posto nell’UE. In Italia, solo il 42% delle persone tra i 16 e i 74 anni ha competenze digitali di base (rispetto al 58% di media UE) e solo il 22% ha competenze superiori a quelle di base (33% UE). Analizzando le competenze più avanzate, il 2,8% degli occupati lavora come specialista ICT rispetto al 3,9% europeo e solo l’1% dei laureati italiani ha una laurea in discipline ICT (dato più basso tra i 28 Stati UE e inferiore alla media di 4 volte).

Questi dati ci pongono di fronte a un doppio problema. Il primo riguarda l’inclusione digitale: per ridurre il “digital divide” – tra generazioni e fasce di reddito – servono politiche che garantiscano a tutti le conoscenze di base, poiché queste influenzano l’uso dei servizi digitali e creano efficienza. Il secondo problema dovrebbe comprendere un approccio più onnicomprensivo delle opportunità che la digitalizzazione offre, puntando a riqualificare la forza lavoro nella fascia di competenza medio-bassa per poter rafforzare la fascia di competenza avanzata in vista del sempre maggiore uso dell’Intelligenza artificiale.

Il basso punteggio nel capitale umano si traduce in uno scarso uso dei servizi internet. Nonostante sia in discesa, la percentuale di persone che non ha mai utilizzato internet in Italia è il 17%, quasi il doppio della media UE (9%). Tra le attività svolte su internet gli italiani utilizzano in modo ridotto rispetto alla media UE i servizi bancari (48% vs 66%) e l’e-commerce (49% vs 71%), segno di una trasformazione che è iniziata ma non è ancora al livello dei nostri vicini continentali. Nell’integrazione delle tecnologie digitali da parte delle imprese, si registrano progressi nell’uso dei social media: il 22% delle imprese ne fa uso avvicinandosi alla media UE del 25%. D’altro canto, il divario con il resto degli Stati Membri sta crescendo nel campo dell’e-commerce. Solo il 10% delle Piccole e Medie Imprese italiane vende online, poco più della metà rispetto alla media UE. La presenza forte in Italia delle PMI dovrebbe invitare a riflettere i Policy maker. Secondo recenti analisi, le detrazioni fiscali a sostegno

della trasformazione digitale sono state utilizzate principalmente dalle grandi imprese per beni materiali[2], quindi bisogna targetizzare meglio le piccole imprese per favorirle nel processo di digitalizzazione.

Riguardo all’offerta dei servizi pubblici digitali essa è aumentata nell’ultimo periodo. La bassa posizione (19esimo posto su 28) dell’Italia è dovuta alla scarsa interazione degli utenti: solo il 32%degli italiani usufruisce, ad esempio, dei servizi di e-government, contro il 67% di media EU.

Uno sguardo al futuro

La digitalizzazione offre incredibili opportunità di crescita e crea nuove possibilità lavorative per gli high-skilled – dice Robert Anderton in un recente Podcast della ECB a tema digitalizzazione – ma servono le giuste riforme strutturali per mantenere il mercato del lavoro inclusivo per le categorie più vulnerabili alle conseguenze della trasformazione digitale di un’economia[3].

Una riqualificazione e un’apertura alle possibilità date dalla digitalizzazione sono necessarie per sradicare l’atavica paura che l’automazione porti alla perdita di lavoro di larghe fette di popolazione, sostituendo alcune funzioni con il lavoro delle macchine. Il cambiamento tecnologico produce un’ansia sociale riguardo alla perdita dei lavori low-skilled e questo deve essere al centro delle decisioni politiche, continua Valerie Jarvis, che però segnala: i Paesi con maggiore occupazione nei settori digitally-intensive (Lussemburgo, Svezia, UK ma anche Estonia e Lituania in Europa) hanno la più alta occupazione generale. Ognuno di questi Paesi ha sviluppato grandi settori digitali per motivi diversi, con lo stesso risultato: più lavoro per tutti.

L’Italia può ambire a qualcosa di simile? Sicuramente l’istruzione di un Ministero per L’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione, assieme al piano “Italia 2025” ha dato un segnale forte, ma sono molti i miglioramenti da apportare. Lo sviluppo del capitale umano è la priorità, e non può prescindere da una buona scuola e da investimenti di tipo inclusivo. Non deve poi mancare lo studio customizzato sulla realtà imprenditoriale italiana, fatta di piccole e medie imprese che non sempre hanno gli strumenti per accedere ai benefici fiscali. Infine, deve essere ridotta la difficoltà ad accedere ai servizi tramite una semplificazione delle procedure di autorizzazione e una riflessione sui vincoli normativi. Un uso sapiente dei fondi europei messi a disposizione per la ripresa dell’Italia dopo la pandemia potrebbe avere effetti marginali crescenti, proprio come quelli dell’economia digitale.


[1] La “Preparazione al 5G” si basa sulla quantità di spettro già assegnato e disponibile per l’uso del 5G all’interno delle bande pioniere 5G di ogni Stato UE (DESI 2020). In Italia il 94% dello spettro armonizzato a livello UE per la banda larga senza fili è stato assegnato.

[2] Secondo ISTAT, Rapporto Annuale 2019; dati preliminari forniti dal MISE, e lettera del Ministro dello sviluppo economico Patuanelli a “Il Sole 24 ore”, 18 dicembre 2019.

[3] https://www.ecb.europa.eu/press/tvservices/podcast/html/ecb.pod200902_episode9.en.html

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