patto generazionale (6)

Il Green New Deal: la ricetta ecologista dell’Unione Europea per il post pandemia

Articolo scritto da Pio Di Leonardo, studente del Master in Comunicazione e Marketing Politico ed Istituzionale presso LUISS “Guido Carli”

Il nuovo anno, si sa, inizia sempre con una lunga lista di buoni propositi. E per il 2021, l’Unione Europea ne ha uno molto importante, da cui potrebbe dipendere il futuro delle prossime generazioni e dell’intero pianeta: il “Green New Deal”, un nuovo pacchetto di riforme e investimenti per la transizione verso un’economia sostenibile e che potrebbe rappresentare la riscossa del nostro continente dopo la crisi da Covid-19.

Il New Deal, lo ricorderanno bene gli studenti di Storia Economica, è il piano di riforme economiche e sociali promosso dal presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt fra il 1933 e il 1937, allo scopo di risollevare il Paese dalla Grande Depressione che aveva travolto gli Stati Uniti d’America a partire dall’ottobre del 1929, e in seguito il mondo intero. Abbracciando le teorie del celebre economista John Maynard Keynes, il New Deal riuscì a dimezzare la disoccupazione e far ripartire l’economia americana. Oggi il New Deal è diventato “Verde” e la proposta politica è arrivata nel 2019, ancora una volta dagli Stati Uniti, grazie alla democratica Alexandria Ocasio-Cortez, la più giovane deputata della storia americana.

La svolta Green della Commissione Europea

In seguito allo scoppio della crisi del 2008, la New Economics Foundation, un centro studi britannico, ebbe l’intuizione di affrontare le crisi che il mondo stava sperimentando, la crisi finanziaria, l’esplosione del prezzo del petrolio e il cambiamento climatico, non come degli eventi separati, ma come un’unica crisi globale. Il pacchetto di proposte politiche venne pubblicato in un rapporto intitolato, appunto, “A Green new deal”. Da allora Green New Deal è diventata un’espressione comune per indicare le politiche di transizione nei confronti di un’economia verde e sostenibile.

Nonostante l’ostruzionismo del presidente Donald Trump, gli Stati Uniti sono stati il primo Paese a discutere questo pacchetto di riforme verdi. L’idea del piano è che la crisi climatica contenga tutte le altre crisi e che la lotta per il raggiungimento degli obiettivi ambientali vada di pari passo con quella per gli obiettivi sociali. Dagli USA il Green New Deal è così arrivato anche in Europa, dove il “ciclone” Greta Thunberg, l’attivista più influente al mondo, già incoraggiava uno stile di vita più sostenibile e ambientalista. Ambasciatrice di questo ambizioso progetto è Ursula von der Leyen, la prima donna ad essere eletta presidente della Commissione europea. “Il Green new deal è il nostro uomo sulla luna”, ha infatti affermato nel suo discorso di insediamento.

L’opinione pubblica e in particolar modo le nuove generazioni sono ormai perfettamente consapevoli che i cambiamenti climatici sono una minaccia enorme per il pianeta. Per superare tali sfide, l’Unione Europea ha compreso di aver bisogno di una nuova strategia per la crescita, che la trasformi in un’economia più moderna. Il Green Deal europeo prevede un piano d’azione volto a promuovere l’uso efficiente delle risorse passando a un’economia pulita e circolare, ripristinando la biodiversità e riducendo l’inquinamento. L’UE intende, infatti, raggiungere la neutralità climatica nel 2050 azzerando tutte le emissioni nette di CO2, facendo così diventare l’Unione “leader mondiale” nella lotta al cambiamento climatico.

Un primo passo era stato fatto già il 28 novembre 2019 con l’approvazione da parte del Parlamento europeo di una risoluzione per dichiarare il cambiamento climatico emergenza globale. La Commissione ha quindi proposto una legge europea per il clima, per trasformare questo impegno politico in un obbligo giuridico. Per conseguire tale obiettivo sarà necessaria l’azione di tutti i settori dell’economia: investire in tecnologie rispettose dell’ambiente, introdurre forme di trasporto più pulite, garantire una maggiore efficienza energetica degli edifici, decarbonizzare il settore energetico, sostenere l’industria nell’innovazione.

L’obiettivo principale è quello di fare la propria parte per limitare l’aumento del riscaldamento globale, che secondo le stime dell’ONU deve rimanere entro gli 1,5 °C rispetto all’epoca pre-industriale, per non causare danni enormi al pianeta. Per rispettare questo limite, stabilito dagli Accordi di Parigi del 2015, l’Unione Europea si è impegnata ad azzerare le proprie emissioni inquinanti entro il 2050, e a rispettare obiettivi intermedi per il 2030 e il 2040. Da questo obiettivo principale ne derivano altri più specifici:

  • rendere più pulita la produzione di energia elettrica, che al momento è responsabile del 75% dell’emissione dei gas serra all’intero dell’Unione. Significa, cioè, potenziare la diffusione delle energie rinnovabili e smettere di incentivare l’uso di combustibili fossili;
  • rendere più sostenibili le attività che producono una quota eccessiva di inquinamento. Bisognerà quindi introdurre nuove regole per costruire o ristrutturare case e industrie, rendere meno inquinanti i processi produttivi, potenziare i trasporti pubblici, proteggere i boschi, rendere più diffusa l’economia circolare.

Come funziona il Green Deal europeo e come sarà finanziato

Tutti i Paesi saranno coinvolti in questa rivoluzione verde. Naturalmente, il sostegno finanziario verrà strutturato in base alle attuali strutture economiche degli Stati. Le economie più dipendenti dal carbone e dai combustibili fossili, come il blocco dell’Est con la Polonia e l’Ungheria in primis, che ultimamente si stanno “facendo notare” per la poca sensibilità dimostrata nei confronti dei diritti umani e da sempre molto scettiche sul progetto, riceveranno paradossalmente maggiori finanziamenti. La Polonia, infatti, ancora oggi ottiene l’80 % della propria energia elettrica dal carbone, uno dei combustibili più inquinanti in circolazione. In tutti i Paesi dell’Est, inoltre, la diffusione delle energie rinnovabili è ancora limitata e la costruzione di centrali a energia solare o eolica è praticamente nulla.

Per rendere davvero concreto l’obiettivo della neutralità climatica, sarà necessario avviare un complesso piano di investimenti. Tutti gli Stati UE, infatti, riceveranno un pacchetto di aiuti finanziari per mettere in moto con iniziative efficaci la transizione. Gli investimenti totali saranno di 1.000 miliardi di euro in 10 anni.

Il piano si basa su tre pilastri:

  1. il Just Transition Mechanism, (Meccanismo di transizione equa) che ha l’obiettivo di attenuare le conseguenze economiche e sociali della transizione verde per le regioni maggiormente dipendenti dai combustibili fossili. L’UE stanzierà circa 7,5 miliardi e gli Stati potranno beneficiare di questo denaro, integrandolo con i contributi provenienti dal fondo sociale europeo Plus, dal fondo europeo di sviluppo regionale e da eventuali risorse nazionali. La quota erogata ad ogni Stato sarà diversa. I primi dati hanno stimato la seguente ripartizione del fondo: all’Italia spetterebbero circa 364 milioni di euro, alla Germania ben 877, alla Spagna 307 e alla Francia oltre 402, fino ad arrivare alla Polonia, il più grande beneficiario con 2 miliardi (il massimo consentito per un solo Stato);
  2. InvestEU, il programma gestito dal commissario all’economia Paolo Gentiloni, che sosterrà gli investimenti nell’Ue dal 2021 al 2027, di cui almeno un terzo per la lotta al cambiamento climatico. Il programma comunitario potrà muovere infatti fino a 279 miliardi di euro tra fondi pubblici e privati da indirizzare a progetti ambientali;
  3. l’intervento della Bei, la Banca Europea per gli Investimenti, che dovrebbe smuovere risorse tra i 25 e i 30 miliardi di euro. Dal 2021 mira a raddoppiare i propri investimenti in progetti green portandoli dall’attuale 25% al 50%, diventando così la Banca Europea per il Clima.

Ecco nello specifico come sono stati conteggiati i 1000 miliardi: 

  • 503 miliardi dal bilancio Ue;
  • 279 miliardi mobilitati da InvestEU;
  • 25 miliardi da ETS, il sistema per lo scambio delle quote di emissione di gas serra dell’Ue;
  • 143 miliardi dal Just transition fund per la conversione delle regioni “peggiori” d’Europa;
  • 114 miliardi di cofinanziamenti nazionali.

Fig. 1 – Il finanziamento del piano di investimenti del Green Deal Europeo (Fonte: ec.europa.eu)


Un impegno finanziario imponente in termini di investimenti che potrà realmente dare una svolta al sistema Europa.

Il Green New Deal italiano

Fin dal suo insediamento anche il governo Conte II ha puntato molto sul Green New Deal. La corsa ai fondi nel nostro Paese è già iniziata e non sono pochi i politici che sperano di risolvere delle vere e proprie emergenze nazionali, come ad esempio l’Ilva di Taranto. Per accedere a tali fondi, gli Stati dovranno individuare le aree più vulnerabili e presentare alla Commissione dei piani dettagliati sul processo di transizione da attuare.

Finora, in Italia, sono stati approvati: il decreto Clima (con circa 450 milioni di finanziamenti stanziati), il decreto Salvamare, l’emendamento End of waste sul riciclo dei rifiuti differenziati e il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima. Emblematico, nel nostro Paese, è il caso della plastic tax: dopo mesi di discussioni, la tassa sulla plastica monouso e sugli imballaggi è stata approvata. Ma l’importo previsto è passato dall’ipotesi iniziale di un euro al chilogrammo ai 45 centesimi finali. Se si parla poi di fonti fossili, mentre la Germania ha annunciato la volontà di abbandonare il carbone entro il 2038, l’Italia continuerà a finanziarle per una cifra che, secondo Legambiente, ammonta a circa 18,8 miliardi di euro l’anno.

Per spingere la transizione verde l’Italia, inoltre, ha chiesto di consentire lo scorporo di tali finanziamenti dal calcolo del deficit a partire dal 2021, nel tentativo di non sforare la fatidica soglia del 3% del Pil. Molte sono le resistenze, ma se ciò non venisse concesso, solo i Paesi che hanno spazio fiscale potranno attuare la strategia verde. Non l’Italia quindi, a meno di non ridurre altre voci di spesa.

Covid-19 e Green New Deal

Un aiuto importante al Green New Deal potrebbe arrivare dal Next Generation Eu, più noto come Recovery Fund, il fondo speciale per finanziare la ripresa economica del continente, che mira a sostenere progetti di riforma strutturali previsti dai Piani nazionali di ogni Paese: i Recovery Plan. “La missione del Green Deal comporta molto di più che un taglio di emissioni, si tratta di creare un mondo più forte in cui vivere. È per questo che il 37% di Next Generation EU sarà speso per i nostri obiettivi del Green deal”. Così Ursula von der Leyen ha tracciato la rotta per le politiche verdi dell’Unione per il post-pandemia. “Molte attività mondiali si sono fermate e il pianeta è diventato sempre più caldo. Sappiamo che è necessario il cambiamento e sappiamo che è possibile. Il green Deal è il nostro piano per realizzare questa trasformazione ma non ce la faremo con questo status quo, quindi dobbiamo essere più rapidi”, ha aggiunto la presidente della Commissione.

Milioni di persone e, in particolar modo, di giovani chiedono una svolta ecologica equa, e hanno votato perché questa si realizzi (basti pensare che l’attuale Parlamento Europeo non ha mai visto così tanti esponenti dei Verdi seduti tra le sue fila). I leader europei hanno quindi un’opportunità storica per mettere in atto un piano ambizioso: trasformare l’Europa, operando una transizione verso l’uso di energie rinnovabili, trasformando il sistema di produzione, di consumo e delle relazioni sociali, puntando al recupero della biodiversità e ad una prosperità che debba essere condivisa da tutti i cittadini. Solo così sarà possibile costruire un’economia in grado di far fiorire l’Europa, rispettando i limiti del nostro pianeta, ripristinando aria pulita e habitat naturali sul nostro continente.

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