patto generazionale (8)

Debito pubblico e produttività: qual è la preoccupazione più grande per l’Italia?

-Articolo scritto da Matteo Particelli, studente magistrale di “Strategia, Management e Controllo” all’UniPi

Dei molti problemi che affliggono il nostro Paese, tra cui il massiccio debito pubblico che portiamo sulle spalle aggravato dall’inevitabile crisi politico-economico-sociale dovuta alla pandemia da COVID-19, se ne innesta un altro di estrema e non secondaria importanza: la bassa produttività del tessuto produttivo, in particolare delle piccole e medie imprese. Mettiamoli a confronto.

Un debito che ha sempre creato problemi[1]
Il nostro paese ha sempre avuto a che fare con problematiche relative al debito pubblico, sin dalla fine dell’Ottocento, con il debito che nel 1897 raggiunse il 119,4%: solamente grazie alle politiche giolittiane esso è sceso fino a valori intorno al 70% (precisamente al 73,9% nel 1913). 
Altre due crisi si sono verificate durante i conflitti mondiali: nel primo dopoguerra con il debito che è schizzato al 158,9% (1920), e dopo l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, raggiungendo il 115,9% nel 1942. Negli ultimi due anni delle ostilità belliche ed appena finita la guerra, un’inflazione galoppante frantumò il debito, riportandolo in rapporto al Pil al 25,7% nel 1947. 
Infine, da quarant’anni a questa parte, stiamo vivendo una crisi del debito continuativa, dovuta ad un susseguirsi continuo di eventi come l’inflazione degli anni 80, la crisi della Lira, i trattati di Maastricht, il crack finanziario della Lehman Brothers, la crisi dell’area Euro e la crisi da Covid-19.
Infatti, nell’ultimo quinquiennio, il debito pubblico italiano si è attestato intorno al 135% e raggiungerà valori vicini al 160%[2] per il 2020 e per il 2021.
Siamo sicuri, però, che il problema del nostro Paese sia solo ed esclusivamente il debito pubblico?

Una produttività che stenta a decollare
Se l’Italia non è sufficientemente competitiva e si trova spesso in situazioni di crisi, la colpa non è esclusivamente dell’ingente debito pubblico che si porta sulle spalle. L’altro grosso problema è legato alla bassa produttività, e la conseguente scarsa capacità di crescita sostenibile: se il nostro Pil crescesse a tassi adeguati, il nostro debito pubblico si ridurrebbe ed a cascata si ridurrebbe la spesa per interessi sul debito stesso, che gravano per più di 60 miliardi annui sulle casse dello Stato[3].
Per l’Italia, però, pare una “mission impossible”, e i dati macroeconomici degli ultimi anni non sono per niente confortanti: siamo tra gli ultimi paesi nell’Unione Europea come tasso di crescita ed evoluzione del Pil, e lo possiamo vedere dal grafico[4] in basso.

Principale causa della stagnazione del Pil è proprio la bassa produttività del lavoro: ma che cos’è?
La produttività è la capacità di un’azienda di produrre sempre di più, combinando efficacemente ed efficientemente i vari fattori produttivi con l’introduzione di innovazioni tecnologiche (si pensi all’industria 4.0), nuovi processi produttivi e migliorando l’organizzazione della produzione.


Come si evince dal grafico[5] suesposto, la produttività a prezzi costanti nel nostro paese è diminuita sensibilmente nel corso degli ultimi 20 anni. Nel grafico[6] sotto, invece, troviamo sempre l’evoluzione della produttività del lavoro ma relazionata ai principali Paesi europei.


Vediamo adesso quali sono i fattori determinanti della bassa produttività nel nostro Paese.


Primo elemento fondamentale da considerare è la scarsa digitalizzazione: nell’edizione 2020 del “Digital Economy and Society Index” (DESI 2020), l’Italia si attesta al 25° posto su 28 (vedi grafico sopra[7]), perdendo due posizioni in classifica rispetto al 2019. 
Il neo Presidente del Consiglio Draghi ha subito provveduto a questo problema istituendo il Ministero dell’Innovazione tecnologica e della Transizione digitale, capitanato da Vittorio Colao.
Altro dilemma persistente da anni è la “questione meridionale”: la mancata convergenza economica ed il divario Nord-Sud sono ancora oggi gli elementi principali della carenza strutturale italiana.
Un’ulteriore preoccupazione riguarda lo “skill mismatch”, il disallineamento tra i percorsi di studio scelti dai giovani e le esigenze del mercato del lavoro, quindi il gap tra domanda ed offerta di lavoro.
Tutti questi fattori determinano una crescita pressochè nulla del prodotto interno lordo italiano, ed una preoccupante stagnazione nella produttività del lavoro.

Il confronto: sostenibilità del debito, prospettive future e crescita della produttività
La pandemia da COVID-19 ha inevitabilmente fatto lievitare il debito di tutti i Paesi, in particolare quello dell’Italia, che già si attestava a livelli elevati sia in valore assoluto che in termini di rischiosità.
L’abbassamento dello spread nell’ultimo mese, dopo l’incarico di Sergio Mattarella a Mario Draghi per formare l’esecutivo, ha generato fiducia nei mercati: il differenziale con i BTP decennali tedeschi si sta mantenendo ampiamente sotto i 100 punti base nelle ultime settimane, e questo rende più conveniente per l’Italia prendere a prestito denaro sul mercato. Inoltre, la massiccia acquisizione di titoli di Stato da parte della Banca Centrale Europea nei confronti dei propri stati membri, ha comportato anche nei confronti dell’Italia una fiducia riguardo la sostenibilità del debito pubblico.
E’ necessario che il nuovo governo spenda correttamente i soldi del Recovery Fund per finanziare progetti di alta qualità che consolidino le prospettive di crescita, aiutino una transizione ecologica verso un futuro green e digitale, ed accelerino la produttività del lavoro con politiche mirate.
E’ altresì fondamentale che il nuovo esecutivo spenda i fondi del Next Generation EU in investimenti pubblici produttivi, che generino una crescita del Pil nel breve e preparino le future generazioni per il medio-lungo periodo.
Possiamo perciò affermare che, nonostante la riduzione del debito pubblico sia importante, essa deve essere perseguita tramite una crescita sostenibile che aumenti la produttività del lavoro, e di conseguenza riduca in percentuale il valore del debito stesso sul Pil.

L’occasione è ghiotta, cerchiamo di non sprecarla nuovamente.


[1] Tutti i dati numerici riportati nel seguente paragrafo sono presi dall’articolo “I numeri della finanza pubblica dal 1861 a oggi” dell’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani del 28 gennaio 2021. Le fonti sono Banca d’Italia, Istat, FMI e AMECO.

[2] Secondo la stima dell’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani si attesterà al 158% per il 2020.

[3] Fonte: Ragioneria Generale dello Stato.

[4] Fonte: Ragioneria Generale dello Stato su dati Eurostat.

[5] Fonte: FRED Economic Data, St.Louis FED

[6] Fonte: Ragioneria Generale dello Stato su dati Eurostat.

[7] Fonte: DESI 2020

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