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Difesa, ma quanto costi!

Il conflitto armato in Ucraina ha portato alla luce, nel dibattito pubblico un settore ‘’trascurato’’ negli anni, la Difesa. Quali sono i paesi che spendono di più nel settore della difesa? È importante aumentare la spesa per la difesa? Quali sono gli effetti sui bilanci pubblici di un aumento della spesa militare? A queste ed ad altre domande si cercherà di dare una risposta.

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La gestione delle crisi bancarie: auto-salvataggio e mano pubblica

Articolo di Leonardo Moscatelli, studente magistrale di Banking and Consulting, Università Cattolica del Sacro Cuore

Analisi degli strumenti previsti dalla BRRD per contrastare e risolvere le crisi degli istituti di credito nel territorio dell’Unione Europea.

Le crisi bancarie e il loro possibile epilogo nel fallimento sono temi affrontati a più riprese dall’Italia e dall’Europa, in particolare dopo la crisi americana dei mutui subprime.

I periodi post-crisi hanno sempre portato, nella legislazione di questo settore, novità normative e definizioni di nuove procedure per prevenire e sanare le congiunture negative degli istituti di credito.

A seguito della crisi finanziaria del 2008 e di quella dei debiti sovrani europei degli anni immediatamente successivi è stata emanata, nel 2014, una direttiva europea a riguardo: la Banking Recovery and Resolution Directive (c.d. BRRD).

Tale testo ha permesso la predisposizione di nuovi strumenti per condurre gli istituti fuori dalla tempesta o, qualora manchi un interesse pubblico, affondare la nave in maniera controllata.          La stesura della direttiva è stata guidata dall’obiettivo di ridurre i costi sostenuti dagli Stati, quindi dai contribuenti, per il salvataggio di enti privati quali sono le banche: a tale scopo sono stati costituiti fondi destinati, alimentati da contributi degli istituti stessi. 

Nel nostro paese è stato costituito dalla Banca d’Italia (nostra autorità di risoluzione) il Fondo Nazionale di Risoluzione.

La BRRD contiene quattro possibili procedure da attivare, singolarmente o congiuntamente, in maniera tale da evitare interruzioni nella prestazione dei servizi essenziali offerti (es. i depositi e i servizi di pagamento), ripristinare condizioni di sostenibilità economica della parte sana della banca e liquidare la parte complementare.

Tali procedure sono:

  • Vendita dell’attività di impresa;
  • Costituzione di un ente-ponte;
  • Separazione delle attività;
  • Bail-in.

Il loro accesso è regolato dalle seguenti condizioni:

  1. l’autorità competente, previa consultazione dell’autorità di risoluzione, ha stabilito che l’ente è in dissesto o a rischio di dissesto; 
  2. tenuto conto della tempistica e di altre circostanze pertinenti, non si può ragionevolmente prospettare che qualsiasi misura alternativa per l’ente in questione, incluse misure da parte di un Institutional Protection Scheme, sotto forma di intervento del settore privato o di azione di vigilanza, tra cui misure di intervento precoce o di svalutazione o di conversione contrattuale degli strumenti di capitale, permetta di evitare il dissesto dell’ente in tempi ragionevoli; 
  3. l’azione di risoluzione è necessaria nell’interesse pubblico.

La vendita dell’attività d’impresa consente alle autorità di vendere le attività, i diritti o le passività dell’ente a uno o più acquirenti (diversi dall’ente-ponte) senza ottenere il consenso degli azionisti o di terzi diversi dall’acquirente e senza ottemperare agli obblighi procedurali del diritto societario o della legislazione sui valori mobiliari diversi da quelli di cui all’articolo 39 della Direttiva.

I proventi netti derivanti dalla cessione totale o parziale delle attività o passività dell’ente, qualora ce ne siano, devono andare a beneficio dell’ente stesso cosi come i proventi derivanti dalla cessione di azioni o altri titoli di proprietà da questo emessi devono andare a beneficio dei titolari.

La costituzione di un ente-ponte partecipato in tutto o in parte da una o più autorità pubbliche, o dall’autorità di risoluzione, ha come finalità principale la garanzia che i clienti dell’ente in dissesto continuino a ricevere i servizi finanziari essenziali e che si continuino a svolgere le attività finanziarie fondamentali.

Questo strumento deve essere gestito con economicità e si può riassumere in una cessione temporanea di rami di attività da parte della banca all’ente stesso.

Dopo la costituzione dell’ente e le cessioni l’autorità di risoluzione, quando le condizioni finanziarie lo consentano, può:

  • ritrasferire diritti, attività o passività detenuti all’ente soggetto a risoluzione, ovvero ritrasferire le azioni o altri titoli di proprietà ai proprietari originari, che sono obbligati a riprenderli;
  • cedere gli stessi a un terzo soggetto.

Lo strumento della separazione delle attività permette alle autorità di cedere attività, diritti o passività di un ente soggetto a risoluzione ad un veicolo di gestione delle attività.

Con tale denominazione si identifica un soggetto giuridico che risponde ai seguenti requisiti:

– è interamente o parzialmente di proprietà di una o più autorità pubbliche che possono includere l’autorità di risoluzione o il meccanismo di finanziamento della risoluzione ed è controllato dall’autorità di risoluzione; 

– è stata costituito al fine di ricevere, in tutto o in parte, le attività, i diritti o le passività di uno o più enti soggetti a risoluzione o di un ente-ponte secondo le finalità dello strumento sopracitato.

Le finalità di tale strumento non differiscono sensibilmente da quelle di cui sopra: anche in questo caso è prevista la possibilità di ripetizione degli asset oltre alla loro liquidazione tramite la commercializzazione.

Questo strumento dovrebbe essere utilizzato solo unitamente ad altri strumenti per impedire un indebito vantaggio a favore dell’ente in dissesto consistente nella cessione di attività ad una società veicolo a ciò predisposta e non dovendo dunque esporsi sul mercato alla ricerca di una controparte; le norme regolanti il trasferimento sono le stesse già citate per la vendita dell’attività d’impresa.

Il bail-in (salvataggio interno) costituisce una procedura particolare, diversa da tutte le altre già analizzate.

Esso mira a proteggere la collettività dai costi legati al dissesto di un intermediario finanziario, facendo ricadere tali oneri sui soggetti proprietari dell’ente e sui suoi creditori nel seguente ordine di priorità decrescente:

  • azionisti;
  • detentori di altri titoli di capitale e altri creditori subordinati; 
  • creditori chirografari;
  • persone fisiche e pmi titolari di depositi, per l’importo eccedente € 100.000;
  • il fondo di garanzia dei depositi che contribuisce alla procedura al posto dei depositanti protetti.

Esso consente alle autorità di risoluzione di disporre, al ricorrere delle condizioni di risoluzione, la riduzione del valore delle azioni e di alcuni crediti o la loro conversione in azioni per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca in misura sufficiente a ripristinare un’adeguata capitalizzazione e a mantenere la fiducia del mercato.

Tali misure si applicano anche agli strumenti già emessi e in possesso degli investitori ma gli azionisti e i creditori non possono, in nessun caso, subire perdite maggiori di quelle che sopporterebbero in caso di liquidazione della banca secondo le procedure ordinarie.

La svalutazione del valore nominale ha carattere permanente: all’ente non rimane in capo alcun obbligo nei confronti dei detentori di strumenti di capitale riguardo l’importo svalutato ma sono fatti salvi gli obblighi maturati precedentemente all’avvio della procedura.

Nonostante la Banking Recovery and Resolution Directive sia stata pensata e redatta per mantenere gli effetti della crisi di una banca o più in generale di un intermediario finanziario in capo ai soggetti detentori dei titoli di capitale o di debito dello stesso, è prevista la possibilità di partecipazione degli Stati alla ricapitalizzazione degli enti.

La BRRD prevede due possibili modalità di intervento ai sensi degli artt. 57 e 58:

– Strumento pubblico di sostegno del capitale: nel rispetto del diritto societario nazionale, gli Stati membri possono partecipare alla ricapitalizzazione di un ente mettendo a disposizione capitali in cambio di:

  • strumenti del capitale primario di classe 1; 
  • strumenti aggiuntivi di classe 1 o strumenti di classe 2.

– Proprietà pubblica temporanea: gli Stati membri possono eseguire uno o più ordini di trasferimento azionario in cui il cessionario sia 

a) un rappresentante designato dello Stato membro; oppure 

b) una società interamente di proprietà dello Stato membro.

In entrambi i casi, per quanto concerne le loro quote, questi devono garantire che tali enti siano gestiti su base commerciale e professionale, cedendo le partecipazioni al settore privato non appena le circostanze commerciali e finanziarie lo consentano.

L’interrogativo che spesso viene posto concerne il motivo per il quale la collettività debba pagare per la mala gestione delle amministrazioni di questi enti.

Il buonsenso porterebbe a non trovare alcuna giustificazione ma, in realtà, bisogna tener presente che gli istituti creditizi e gli intermediari finanziari sono fondamentali nel modello economico occidentale e rivestono un ruolo chiave di pubblica utilità, nonostante siano soggetti di diritto privato.

Tali motivi, per quanto sembrino esigui, sono necessari e sufficienti a giustificare l’inserimento di questo elemento contraddittorio nella normativa, purché venga considerato come extrema ratio, soluzione ultima per il salvataggio.

Le stesse ragioni non possono però giustificare, in nessun caso, la mala gestione delle amministrazioni: un problema fortunatamente non diffuso ma comunque grave nella sua eccezionalità, soprattutto se si contempla la possibilità di far sostenere i costi ai cittadini.

L’impiego di fondi pubblici per tenere in vita imprese in difficoltà è una pratica alla quale le nostre istituzioni sono particolarmente affezionate, alcune volte questa spesa può risultare sensata e altre meno. 

È doveroso concludere con uno spunto di riflessione: quando lamentiamo l’erogazione di 8,1 miliardi di euro che, per inciso, oggi valgono 650 milioni, a favore di una delle cinque maggiori banche italiane allora consideriamo, dall’altro lato dell’equazione, che i fondi erogati per Alitalia (per citarne una) sono stati pari a 12,6 miliardi senza aver ottenuto alcun ritorno.

L’interesse pubblico nei due salvataggi non è proprio confrontabile…due pesi e due misure?

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La Bce e la transizione ecologica

A partire dal 2021 la BCE opera in prima persona nel settore della green economy, vincolandosi a target ambientali stabiliti negli Obbiettivi di Sviluppo sostenibile dell’agenda 2030 dell’ONU.
Secondo le stime, per mitigare i rischi più catastrofici del cambiamento climatico servirebbero investimenti per 90 trilioni di dollari entro il 2030, una sfida senza precedenti e in salita per il sistema delle banche centrali e l’economia mondiale intera.

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The Florida Land Boom 1920-1926

Storia ed analisi della bolla speculativa più importante tra la South Sea Bubble e la Grande Crisi del 1929 intimamente legata alla crisi del 2008

Articolo scritto da Lorenzo Romanzi, studente di Economia e Management presso LUISS Guido Carli

La bolla immobiliare della Florida è stato l’evento finanziario più importante degli anni Venti prima del grande crollo di Wall Street del 1929. Temporalmente l’evento, si colloca tra due delle maggiori crisi finanziarie occidentali: la South Sea Bubble e la Crisi del 1929. A dispetto delle prime due però essa è molto meno nota, almeno al grande pubblico, e spesso è passata in secondo piano rispetto ad altri eventi. La sua importanza è però notevole, soprattutto in relazione alla grande influenza esercitata sulla crisi del 1929 e alle forti analogie con la crisi del 2008 essendo stata la prima bolla immobiliare della storia. Da qui nasce quindi l’esigenza di una analisi completa che esplichi le dinamiche, i presupposti e le conseguenze di questo evento.

Il contesto sociale

Il Boom speculativo della Florida inizia e termina nei ruggenti anni 20 e rappresenta a tutti gli effetti uno spaccato importante sulla vita e la società americana. Sono questi gli anni in cui l’americano medio inizia ad acquistare l’automobile, la casa di proprietà, gli abiti di sartoria, i cappelli, iniziano i viaggi e le villeggiature. Tutto ciò è sostenuto da politiche di alti salari ed una tassazione relativamente bassa, secondo la tradizione economica classica sostenuta dai governi americani di quel periodo. In questo contesto l’ottimismo della società americana raggiunge i massimi storici, si diffonde addirittura l’idea che Dio stia ricompensando gli americani e che il successo sia destinato a durare per sempre. Questa descrizione accurata del contesto socio-economico degli anni Venti è fornita dall’economista J.K. Galbraith nel saggio “The Great Crash 1929” e rappresenta il punto di partenza fondamentale per comprendere la bolla immobiliare della Florida che inizia a partire dal 1920 e termina rovinosamente nel 1926.

Come sottolineato in precedenza in questo periodo storico gli americani iniziarono per la prima volta nella loro storia a viaggiare e spostarsi per tutto lo stato anche per puro divertimento e piacere. L’attenzione cadde in breve tempo sulla Florida, lo stato più a sud della costa Est.

I fattori che ne determinano lo sviluppo furono molteplici:

  • La vicinanza alle grandi città della costa Est come New York, Washington, Philadelphia;
  • Il progetto ferroviario della Florida East Coast Railway;
  • Il clima tropicale e particolarmente piacevole;
  • Il mare caraibico.

Preludio e cronistoria della bolla immobiliare

In breve tempo la Florida venne soprannominata  la “Riviera americana” con chiaro riferimento alle coste italiane e francesi. In poco tempo iniziarono a spuntare cartelloni pubblicitari a Times Square che esaltavano la bellezza dello stato americano ed anche i giornali, economici e non, di tutta la nazione, iniziano a parlare della Florida come il paradiso tropicale americano. Da li a breve, iniziò quindi la corsa all’acquisto di terreni ed immobili lungo tutte le coste della Florida, la maggior attenzione si rivolse, soprattutto all’inizio, alla città di Miami all’interno della quale nel corso di qualche anno nacquero hotel, casinò, ristoranti e numerose attrazioni per i turisti provenienti da tutte le parti d’America. In questo contesto nasce il Boom immobiliare della Florida, rapidamente vennero messi in vendita centinaia di lotti terrieri ed immobili, tali avvenimenti determinarono la nascita oltre che di un boom economico anche di una bolla immobiliare senza precedenti nella storia americana. Infatti, nonostante le dimensioni abbastanza estese dello stato, i lotti terrieri realmente interessanti dal punto di vista commerciale, sui quali potevano essere sviluppati progetti di espansione edilizia, erano realmente pochi e situati in prossimità delle zone marittime e delle grandi città di Miami, Tampa e Jacksonville. Di conseguenza, per sostenere la domanda in continua crescita vennero messi in vendita anche i lotti distanti dal mare e dalle grandi città a prezzi notevolmente più alti da quelli di mercato. A discapito di quanto si potrebbe pensare, anche questi lotti trovarono collocazione sul mercato perché i prezzi raddoppiavano o triplicavano in pochissimo tempo e gli investitori scelsero di acquistarli a fini speculativi, senza il reale interesse di realizzare progetti immobiliari. Successivamente, date le dimensioni limitate dell’estensione terriera, infatti a differenza delle azioni i lotti hanno limiti fisici, furono messi in vendita anche i terreni paludosi. Mentre nelle aree commercialmente rilevanti nascevano ville, hotel, country club e reti di servizi, la speculazione continuava e non accennava a fermarsi ed i prezzi dei lotti continuavano a quadruplicarsi. Il boom sembrava non accennare un rallentamento, ma in realtà come avviene nella maggior parte delle bolle speculative, nel momento in cui tutto sembrava ineluttabile eventi economici, sociali e naturali causarono lo scoppio della bolla.

Da boom economico a bolla immobiliare

Il primo segno di rallentamento avvenne nel gennaio del 1926 quando la nave Prinz Valdemar si arenò nel canale di Miami rendendo impossibile l’accesso alla città via mare e bloccandone quindi il maggior centro di rifornimento. Questo evento apparentemente irrilevante destò l’opinione pubblica, l’idea di Miami come il paradiso tropicale negli States iniziò a sgretolarsi. Nel saggio “Miami Millions” K. Ballinger ritiene che fu tale incidente a svelare i problemi legati alla bolla speculativa della Florida ed in parte permise agli investitori più attenti di chiudere le loro posizioni prima che fosse troppo tardi. L’arenamento della Prinz Valdemar non fu l’unico avvenimento che determinò l’esplosione della bolla, infatti, nel settembre dello stesso anno un uragano che si abbatté sulle coste della Florida distrusse 13 mila abitazioni e fece più di 400 vittime. Era chiaro ormai che la Florida non rappresentava più nell’immaginario collettivo la Riviera americana dei primi anni Venti, le vendite furono immediate, i prezzi crollarono e centinaia di investitori fallirono a causa delle vendite sotto costo e dal rallentamento della crescita che segnò una vera e propria involuzione del settore immobiliare in Florida. Uno dei fattori determinanti per il fallimento degli investimenti fu l’utilizzo della leva finanziaria, un tema molto delicato, ma ricorrente nelle crisi seguenti, sia in quella del 1929 che in quella del 2008. Gli investitori, infatti, acquistarono i lotti pagando solamente il 10% del totale come acconto, rinviando il saldo ad un momento successivo, in questo modo, il capitale investito poteva essere suddiviso per acquistare dieci lotti pagando all’atto di acquisto solamente gli acconti. Con il medesimo capitale iniziale che sarebbe servito a saldare immediatamente un unico lotto si era in grado di acquisirne dieci. L’utilizzo della leva finanziaria garantisce altissimi ritorni nelle fasi espansive del ciclo economico e permette un’allocazione ottimale del capitale, ma nei momenti di crisi, quando è necessario saldare e finalizzare l’acquisto emergono tutti gli effetti negativi della leva finanziaria che determinano il fallimento degli investitori che non sono in grado di coprire i propri acquisti. Gli effetti della leva finanziaria possono essere amplificati, sia in positivo che negativo, se si considera anche l’effetto finanziario legato all’utilizzo del capitale preso in prestito, anche questo è un altro tema particolarmente ricorrente nelle altre crisi già citate in precedenza.

Considerazioni economiche sul contesto sociale

Il contesto sociale descritto in precedenza deve essere ora ampliato con implicazioni di natura economica che traggono origine proprio da quest’ultimo. Il grande ottimismo sociale, che serpeggiava tra gli americani durante tutti gli anni Venti, si espanse rapidamente nel settore bancario determinando un grandissimo afflusso di capitali nel mercato reso disponibile dagli istituti di credito ben disposti a finanziare attività economiche e speculative molto redditizie come l’acquisto di immobili e terreni in Florida. Anche in questo caso nascono alcune problematiche che saranno uno dei centri fondamentali della crisi dei mutui sub-prime del 2008, infatti, gli immobili ed i terreni edificabili, vengono considerati tradizionalmente beni, se non rifugio, almeno a valore tendenzialmente stabile, di conseguenza istituti di credito e banche d’affari sono generalmente disposte a concedere prestiti sapendo che, in caso di mancata restituzione dello stesso, potranno rifarsi su tali beni che comunque hanno un valore residuo elevato. Il problema, nel caso della bolla immobiliare della Florida del 1926 e dei mutui sub-prime del 2008, nacque nel momento in cui il valore di tali beni crollò verticalmente. Tornando alla bolla speculativa del 1926, nel complesso gli effetti economici furono limitati, anche perché il numero degli investitori fu molto ridotto se confrontato con il numero di speculatori che acquistarono azioni durante la crisi del 1929, tuttavia le implicazioni della bolla immobiliare del 1926 sono fondamentali non solo per comprendere la crisi del 1929, ma anche quella del 2008.

Implicazioni della bolla speculativa del 1926

Le implicazioni della bolla speculativa del 1926 sono state molteplici e di varia natura:

  • Innanzitutto, nonostante le ingenti perdite riscontrate da numerosi investitori, la speculazione finanziaria degli americani non cessò anzi aumentò notevolmente e si spostò rapidamente verso nuove forme di investimento: le azioni.
  • In secondo luogo, nonostante la crisi in Florida fu profonda e lo stato riuscì ad uscirne solamente dopo la fine della Seconda guerra mondiale, questi avvenimenti non modificarono inizialmente l’incauto ottimismo del popolo americano, ma solamente dopo la crisi del 1929 tali avvenimenti ebbero la giusta attenzione e vennero analizzati in un’ottica più critica.
  • In terzo luogo, la bolla speculativa del 1926 mise in luce tutte le debolezze e le problematiche degli investimenti effettuati con la leva finanziaria, nonostante ciò, le stesse dinamiche si possono osservare anche nella crisi del 1929. Come sottolineato da J.K. Galbraith nel saggio “The Great Crash 1929” i primi provvedimenti in materia finanziaria e di speculazione realmente incisivi vennero adottati solamente durante la grande depressione, tali mancanze, seppur evidenti ebbero però un ruolo marginale, nei primi anni duemila e nel 2008, anche in presenza di una legislazione finanziaria sempre più attenta si verificarono comunque bolle speculative.
  • In fine, un elemento fondamentale, sottolineato attraverso un’analogia anche dall’articolo di James Poniewozik intitolato “America’s House Party”[1] pubblicato sul Time del cinque giugno 2005 intitolato “Home $weet Home” il prezzo degli immobili nel periodo analizzato (sia in Florida nel 1926 che negli USA nel 2008) era coerente solamente se considerato in un’ottica speculativa, ma era completamente fuori scala se rapportato al reale valore dei beni, immobili o lotti, oggetto delle speculazioni.

Conclusioni

La bolla immobiliare della Florida del 1926 è naturalmente figlia del periodo storico che l’ha incubata, sviluppata e le ha dato la luce, come evidenziato in questo testo le dinamiche che compongo una bolla finanziaria non sono mai solamente economiche, ma sono le dinamiche del tessuto sociale, relazionale e psicologico a farla da padrone in tali contesti. In quest’ottica, se è vero che le dinamiche finanziarie e sociali sono notevolmente cambiate tra il 1920 ed oggi, è altresì vero che esistono analogie forti, più di un semplice caso, che ci ricordano che alcune dinamiche, soprattutto se legate all’incapacità di razionalità perfetta all’interno dell’uomo, non sono mai andate via e legano profondamente  la bolla immobiliare della Florida del 1926 alla crisi dei mutui sub-prime del 2008.


[1] http://content.time.com/time/subscriber/article/0,33009,1069097-2,00.html

patto generazionale (16)

Cripto valute e politiche economiche espansive: attenzioni per l’uso

Il costante stimolo all’economia, da parte delle banche e dei governi centrali di tutto il mondo, potrebbe stimolare altre forme speculative altamente pericolose e volatili? Ciò si potrebbe tradurre nel medio-lungo periodo in una ‘’sfiducia’’ nell’economia reale, in quanto il maggior rendimento di queste forme di speculazione le renderebbe più appetibili agli investitori.

patto generazionale (15)

Ronaldo vs Coca Cola: una sfida tra brand

Ad oggi il brand dell’atleta è molto più forte ed in contrasto con quello dell’azienda. Questo perché le leggende ed i campioni sono essi stessi brand a tutti gli effetti, talvolta più forti e più importanti della società in cui militano o della Nazionale o della competizione stessa.